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L’ambiente
fisico e socio-culturale del territorio ibleo, inteso nella sua
realtà interprovinciale:
Siracusa e Ragusa, è fortemente caratterizzato da una
secolare economia agro-pastorale, la quale ha favorito il
permanere di una continuità culturale, le cui radici affondano in
civiltà preesistenti alla colonizzazione greca della Sicilia. Una
economia leggibile nella terra disegnata con muri a secco, aspetto
prevalente del paesaggio ibleo, nei capanni pastorali in pietra
lavica, nei segni del rapporto dell’uomo con la natura, mediato
dal lavoro,
nei rituali di alcune feste, dove ancora traspare la
tradizionale funzione di sacralizzare il tempo legato alla
scansione ciclica dell’anno agrario, nelle forme del tempo: la
masseria e l’essenzialità della casa contadina, significativo
parallelismo dello spazio negato nella terra.
Furono gli anni che seguirono il dopoguerra, caratterizzati
da un massiccio esodo emigratorio, accompagnato da una frenetica
azione di ripudio e di annullamento di tutto quanto era
espressione del passato, a segnare l’inizio della progressiva ed
inarrestabile disgregazione di questa continuità, a spezzare
“la lunga durata” del colloquio tra l’uomo e la terra,
dominato dalla sopraffazione e dalla miseria, sovrapponendo sulla
campagna iblea alla operosità il silenzio e la desolazione (un
fenomeno questo che, a mio avviso, ha interessato in maniera
particolare i paesi situati nell’altopiano ibleo siracusano,
fatta eccezione per Palazzolo Acreide.
A
Palazzolo Acreide e nel limitrofo territorio ragusano
il rapporto stabilitosi
tra contadino e terra,
espresso nel sistema socio-economico della masseria,
sicuramente più efficiente ed articolato rispetto
all’economia
e alla cultura che ruota attorno al piccolo appezzamento di
terreno, ha posto sicuramente degli argini al processo di
scollamento economico e culturale in atto all’epoca, riducendone
l’entità,
creando a sua volta i presupposti dell’attuale crescita
economica ed occupazionale).
Ma furono anche gli anni in cui Antonino
Uccello, emigrante
anche lui, avendo intuito l’etnocidio che si stava consumando,
creò, attraverso la raccolta di canti e di tradizioni popolari,
integrata con la raccolta di materiale etnografico relativo ai
diversi aspetti della vita popolare (arte, mestieri, tessitura,
terracotta, gastronomia, spettacolo popolare, intaglio della
pietra e del legno, religiosità, ecc.), i presupposti perché la
storia delle classe popolare iblea, e non solo, fosse documentata
e rappresentata. Prima
dell’apertura della Casa-museo,
scrivendo che “la creazione di un Museo di folklore darebbe
inoltre un’ulteriore spinta a vari studiosi a proseguire
nella ricerca intrapresa”, Uccello vedeva
il suo lavoro proiettato nel futuro. Il tempo gli ha dato
ragione. Infatti il Museo
Ibleo delle arti e tradizioni popolari “S.A. Guastella”
di
Modica ,
la Villa-museo
di
Nunzio Bruno, nei pressi di Floridia, un paese adagiato nelle
ultime balze dell’altopiano ibleo, l’itinerario
etnoantropologico “ I
luoghi del lavoro contadino”
di Buscemi, il
Museo
dell’Opera dei Pupi
di Sortino, sono oggi la conferma della sua eredità culturale.
Questi musei, così come quello di Uccello, ad eccezione del Museo
di Sortino, sono il risultato di iniziative private, animate e
sostenute nel tempo da un grande amore per la propria terra, una
forte volontà e ostinazione nel superare le difficoltà. La
strada è sempre quella percorsa da Uccello: faticosa,
travagliata, sempre in salita. Niente in fondo è cambiato sotto
il sole da allora fino ad oggi.
Nota stonata nella crescita significativa di musei
negli Iblei è la disarticolazione nel loro modo di essere
e di operare, l’aver perso di vista l’identità culturale
iblea, la quale, proprio per il suo comune denominatore
paesaggistico, storico ed economico, non può essere parcellizata
da inconcludenti logiche municipalistiche e delimitazioni
territoriali. Come tale, è indispensabile, se non vogliamo che il
fiume di sensibilità e di cultura originato dall’attività di
Uccello alla fine si disperda in diversi rivoli, senza alcuna
utilità per il territorio e per l’uomo, abbandonare l’abito
mentale di fare di questi musei delle isole culturali,
ed attivare invece una sinergia culturale, museografica e
di fruizione, dalla quale possa scaturire un circuito museale
etnoantropologico
ibleo. Solo così si può dare al visitatore la possibilità
di avere un quadro definito della vita popolare iblea, vista nella
sua peculiare sfaccettatura, esplicabile esclusivamente con il
concorso dei documenti etnografici e della specificità
museografica di ciascun museo.
Le collezioni di Uccello,
“che hanno avuto, ricorda lo stesso etnologo, in parte
una vita avventurosa”, seguendolo nelle sue peregrinazioni fino
in Brianza, trovarono sede definitiva nella casa di Palazzolo
Acreide, la Casa-museo
aperta al pubblico il 27 settembre del 1971, oggi Museo regionale.
Si tratta di una trasposizione museografica della masseria, “in
modo da rendere immediatamente leggibile - sottolinea Uccello - al
visitatore la condizione di vita del contadino palazzolese in un
determinato momento storico-culturale”. “Nella Casa-museo,
annotava Fortunato Pasqualino nel 1972, tu tocchi le varie fasi
della condizione umana, dalla povertà alla ricchezza di tipo
Mazzarò e mastro don Gesualdo, fino allo stato del Lampedusa,
prima che la Sicilia si rovesciasse in cronache borghesi e
mafiose: C’è Omero, c’è la Bibbia stravolta in devozioni e
superstizioni…”.
Gli ambienti museali : ex stalla,
casa
ri massaria,
il
locale in cui la famiglia del massaro svolge i lavori casalinghi,
casa ri stari,
la casa di abitazione della famiglia del massaro, stalla, il
frantoio, il piccolo
maiazzè
e
il maiazzè,
l’antico magazzino padronale, sono al piano terra di un palazzo
padronale settecentesco.
In questi ambienti, prima ancora dell’apertura e fino
alla chiusura definitiva avvenuta il 10 gennaio del 1979, otto
mesi prima della
morte, Uccello, collaborato dalla moglie
e da un gruppo di sostenitori, ha illustrato
con mostre ed iniziative varie
(Otto cartelli dell’opera dei pupi”,
“Natale popolare”, “Vita popolare in Sicilia”,
“Dolceria pasquale negli Iblei”,
“Natale di cera”, “Mostra di strumenti musicali
vecchi e nuovi”, “Amore e matrimonio nella vita del popolo
siciliano”, “Pani e dolci di Natale”, “Omaggio alla
Sicilia”, “Pastori e contadini nel presepe popolare
siciliano” “Tessitura popolare in Sicilia”, “Risorgimento
e società nella cultura popolare siciliana”, “Natale di
vetro”)
il lavoro, la storia, la vita e l’arte del popolo
siciliano. Lui era l’anima e la fonte del linguaggio ( esito di
contributi diversi convergenti: il documento etnografico, suoni,
fotografie, riferimenti sulla fattura e l’uso di attrezzi
di lavoro, esplicazione delle tecniche e del
fare nelle diverse espressioni dell’arte popolare, fonti
orali, documenti di archivio, coinvolgimento dei portatori del
sapere popolare) con il quale gli oggetti comunicavano. La vita
dei musei etnoantropologici non si può identificare nella
semplice imitazione della vita reale né tanto meno nel solo fatto
espositivo, di per se sterile , ma nella capacità di parlare il
linguaggio della vita rappresentata, cioè il linguaggio proprio
del museo.
Un concetto essenziale sostenuto dal Cirese e allora
condiviso ed attuato da Uccello. Con la sua morte venne meno il
tramite esplicativo tra il documento ed il fruitore. Se vogliamo
ridare capacità comunicativa alle preziose collezioni e rendere
di nuovo museograficamente viva la Casa-museo,
su questo tramite esplicativo
essenzialmente oggi si deve puntare, seguendo la strada
indicata dal fondatore,
con
nuovo materiale,
mezzi e supporti tecnici, con mostre che siano occasione di
nuove testimonianze, di lettura e confronto con ciò che è ancora
vivo nel mondo popolare, con la collaborazione e il coordinamento
di tutte le realtà culturali presenti nel territorio.
La ex stalla accoglie particolari di carretto in legno e ferro,
cartelloni del teatro popolare, palermitani e catanesi, pupi, in
gran parte provenienti dal puparo Canino, giocattoli. Nella casa
ri massaria vi
è il forno a-ffumu
persu,
senza camino, l’angolo con la caldaia e i vari utensili per la
confezione della ricotta, poi seguono vari recipienti di
terracotta, in gran parte di produzione calatina, collari per
ovini e bovini, di
fronte il telaio e gli attrezzi per la tessitura popolare. Sulla
parete di fondo della casa
ri stari
vi è il letto con
la
naca a-bbuolu,
la culla “a volo”, a lato il cannizzu,
un recipiente di canna intrecciata per contenere il frumento per
l’annata. Alle pareti sono appese ceste realizzate con culmi di
grano. Completano l’arredo una cassa nuziale con spalliera, un
tavolo a mezzaluna con appese tutt’intorno le vecchie foto di
famiglia e su due vani a muro recipienti vari e brocche. La stalla
contiene gli attrezzi di lavoro del ciclo del grano e una serie di
collari per le mucche e le pecore. Nel frantoio, dopo un lavoro di
sgombero di pietrame, frasche e vario materiale, Uccello fece
ricostruire la macina per la molitura delle olive ed impiantò un
torchio di legno a doppia vite e pancone pressorio, uno dei torchi
più antichi per la spremitura della pasta delle olive. Gli
elementi strutturali presenti nell’ambiente
evidenziano una realtà composita nella tecnica di
spremitura e nella vasche di decantazione dell’acqua vegetale.
Nel piccolo maiazzè
si
trovano due presepi con figurine in terracotta, cere e pitture su
vetro. All’epoca di Uccello il maiazzè
conteneva numerose collezioni: mestoli, cucchiai e stoviglie di
legno, realizzati da contadini e pastori, pitture su vetro, ex
voto in cera, acquasantiere, vecchie cassapanche, cere, strumenti
musicali, stampi di gesso, sculture in legno. Dopo l’apertura
della Casa-museo , avvenuta in seguito all’acquisizione
della Regione Siciliana, il locale è stato, ed è tuttora,
utilizzato come contenitore per mostre temporanee inerenti le
varie collezioni.
Il
Museo è aperto tutti i giorni, compresi festivi, dalle ore 09,00
alle 13,00 e dalle 15,30 alle 19,00. Tel.0931/881499
Sito Internet:
www.antoninouccello.it
E-mail: inform@antoninouccello.it
Con la costituzione nel 1972 dell’Associazione “S.A.
Guastella”
contemporaneamente si posero le basi
per
la realizzazione di un museo che custodisse le
testimonianze della cultura popolare della Contea di Modica, la
quale costituisce una realtà culturale ed economica con una
propria fisionomia ed autonomia, sottolineata anche dal Pitrè con
l’espressione di “isola etnografica”. Nel 1978, nel Palazzo
dei Mercedari, al primo piano, veniva inaugurato il
Museo
Ibleo
delle arti e tradizioni popolari “S.A. Guastella”,
con intenzioni ben precise da parte del gruppo fondatore: ”Non
curiosità nostalgiche del passato, né ricerca del fantastico ma
testimonianza culturale…”. “La struttura museografica,
scrive Galazzo, componente della suddetta Associazione, si pone
come supporto di lettura e di indagine per evidenziare i segni e
lo spessore storico di una riproposta funzionale alla conoscenza
dei valori, dei simboli, delle condizioni di vita e di lavoro
delle classi subalterne”. La ricostruzione degli ambienti segue
una linea tematica
che va dalla masseria “che non è soltanto la sede del
nucleo familiare, residente stabilmente in campagna, ma il centro
economico della vita rurale”, alle varie botteghe artigianali
che caratterizzavano il centro abitato ed il territorio: u
scarparu,
calzolaio,
u milaru, mielaio,
u firraru-ferrascecchi, fabbro-maniscalco,
u mastru ri carretta, carradore,
u
lantirnaru,
stagnino,
u cannizzaru,
lavoratore della canna,
u durcieri, dolciere,
u siddunaru, sellaio,
u scappiddinu, scalpellino,
u falignami, falegname,
u varbieri,
barbiere
.
Nel corridoio che immette frontalmente alla massaria
ed a sinistra ai vari ambienti, vi sono alcuni collari per bovini,
una interessante collezione delle pastura,
chiavi del carretto,
e delle casci
ri fusu
e dei carretti riccamente decorati ed intagliati.
I muri a secco, mura
a siccu,
che terrazzano i pendii, tracciano i confini del terreno,
delimitano le strade e proteggono gli alberi dagli animali,
disegnando cerchi perfetti, sono stati costruiti anche dentro il
museo a delimitare
u
bagghiu,
baglio-cortile, della masseria, che comprende le seguenti unità
abitative e di lavoro: casa
ri mannira,
la casa dove avviene la confezione della ricotta , del formaggio e
la panificazione, attività documentate dalla disposizione degli
utensili
e suppellettili; la casa
ri stari,
l’ambiente domestico, affiancata dalla stanza
ro travagghiu ,
la stanza dove è posto il telaio e gli attrezzi per la tessitura,
e
la
stadda, stalla.
La pietra predomina nella pavimentazione del bagghiu
e
all’interno di alcuni ambienti. Con la ricostruzione fedele di
questo corpo architettonico è stata fissata nel tempo la
peculiarità del rapporto uomo-terra nel modicano, esaltata da un
antico sapere affidato ad occhi esperti ed agili mani, capace di
comporre una severa geometria, utilizzando una materia
che è il risultato della dura lotta tra l’uomo e la
natura.
La
cooperativa Etnos si occupa della gestione del Museo.
Orario di apertura: dalle ore 10,00 alle
13,00 e dalle 16,00 alle 19,00. Tel. 0932/752747.
Da una collaborazione con Antonino Uccello è scaturita in
Nunzio Bruno la frenetica passione per la ricerca etnografica, che
lo ha portato in giro nelle masserie e nelle campagne,
raccogliendo una vastissima collezione di oggetti ( torchi,
macine, manufatti in pietra, telai, carretti e attrezzi del
carradore, attrezzi e utensili vari, ecc.) sistemati in un
apparente e pittoresco disordine nella sua Villa-museo
di
cozzu zu Cola.
La pietra bianca e nera (il calcare ibleo e la pietra lavica
dell’Etna), dalla diversa forma, modellata dalla mano
dell’uomo per ricavarne mezzi di lavoro e contenitori: macine
per il grano e le olive, recipienti per l’acqua e la
distribuzione delle stessa, e una natura rigogliosa,
alimentata dall'amore e dalla cura quotidiana di Nunzio,
fanno da cornice al massiccio pullulare di oggetti
esposti nei diversi locali. Con la sua presenza la
confusione tra diversi oggetti diventa ordine e armonizzazione di
oggetti
diversi, accomunati da un unico universo di sapere,
fatica e
lavoro.
Nelle sue mani ogni piccolo oggetto si anima, conoscendone
tutti i particolari tecnici e funzionali: lo spiega , lo illustra,
mette in evidenza i particolari e l’aspetto artistico, che,
negli oggetti realizzati da contadini e pastori, è tutt’uno con
la prevalente funzione. Ricerca etnografica, mondo popolare ed
espressione artistica, raggiungono in Nunzio Bruno un particolare
equilibrio, testimoniato da due mondi a confronto in perfetta
armonia nella sua villa: le testimonianze della vita popolare da
una parte e di fronte le stanze della sua abitazione dove questa
realtà e ambienti
della vita agro-pastorale vengono riproposti in miniatura,
utilizzando gli stessi materiali, e dipinti su tela, tegole, legno
e oggetti vari.
Aperto tutti i
giorni dalle ore 11,000 alle 13,00 e dalle 16,00 alle 18,00.
Contattando telefonicamente la famiglia Bruno, tel. 0931-949301,
è possibile pernottare nella villa
o semplicemente fermarsi a mangiare gustosi piatti tipici della
tradizione gastronomica siciliana.
Le idee guida che hanno dato vita nel 1988 all’itinerario
etnoantropologico “I
luoghi del lavoro contadino”
,
gestito attualmente dall’Associazione per la Conservazione della
Cultura Popolare degli Iblei,
sono state chiare e ben definite fin dall’inizio:
recupero dei documenti del mondo popolare in una prospettiva anche
di recupero del rapporto tra l’uomo e l’ambiente, secondo una
visione ecologica nel senso proprio, etimologico, del termine,
conservando e valorizzando gli stessi
nella realtà in cui si sono depositati e stratificati i
rapporti di produzione, le strutture, nell’ambiente, quale
dimora dell’uomo, con i suoi segni e
forme del tempo. Al prelevamento-isolamento di documenti,
si è preferito puntare, soprattutto per quanto concerne i luoghi
di trasformazione dei prodotti agricoli e le botteghe artigianali,
sul recupero e riproposta delle autentiche unità di lavoro,
musealizzati negli stessi luoghi. Questa scelta museografica ha
avuto come risultato la realizzazione di un itinerario che
coinvolge l’abitato tutto, qualificandosi, allo stesso tempo,
d’interesse paesaggistico e monumentale, dando a Buscemi la
singolare definizione di paese–museo.
Il
contesto economico e culturale di una comunità viene documentato
nel suo vero rapporto
tra l’uomo e la natura, attraverso il fluire del tempo.
Il passato ed il presente a confronto, con le case di pietra di
ieri e quelle di oggi, con la presenza ancora degli attori di
questo passaggio, con le testimonianze stratificate ed ancora
leggibili del rapporto uomo-ambiente-lavoro, caratterizzato,
quest’ultimo, da una quotidiana pendolarità, che comportava
allora, così come oggi, naturalmente con mezzi differenti, il
percorrere giornaliero di decine di chilometri per poi fare
ritorno la sera a casa. Il paese roccaforte degli affetti ma anche
luogo di conservazione e trasformazione dei prodotti agricoli,
testimoniato dalla presenza di diversi palmenti e frantoi andati
distrutti ad eccezione di quelli salvati con la realizzazione del
Museo.
Un
contributo, questo, sicuramente notevole al fine cui il museo
della vita popolare deve puntare:” non tanto e non solo agli
oggetti ma ai contesti ed ai livelli di cultura di cui gli oggetti
sono elementi”. Comprende otto unità museali: la casa del
massaro,
a casa ro massaru,
il palmento, u
parmientu,
la bottega del fabbro,
a putia ro firraru,
la casa del bracciante, a
casa ro iurnataru,
la bottega del falegname, a
putia ro falignami,
il frantoio,
u trappitu,
la bottega del calzolaio e del conciabrocche, a
putia ro scarparu e r’appuntapiatti,
ed il mulino ad acqua S. Lucia, Museo
della Macina del Grano,
ubicato nella valle dei mulini a Palazzolo Acreide. L’aggiunta
di quest’ultima unità ha dato all’itinerario una dimensione
intercomunale.
Nel 1998 è stato istituito il Centro
di Documentazione della Vita Popolare Iblea.
Attualmente presenta una sezione visiva che comprende 120 ore di
filmati, 6.000 diapositive, foto d’epoca , concernenti il
lavoro, le tradizioni, le feste, la vita popolare, tre
mostre fotografiche permanenti, di cui due d’epoca:
“Vita popolare iblea tra
‘800 e ‘900”, che interessa i paesi di Buscemi,
Buccheri, Ferla, Palazzolo Acreide, Monterosso Almo, Chiaramonte
Gulfi, Modica, “Era Buscemi” e la terza attuale dal titolo:
“Il tempo festivo negli Iblei”. Si sta lavorando anche per la
realizzazione di una biblioteca
delle tradizioni popolari iblee.
A casa ro iurnataru
è una eloquente testimonianza della condizione di vita del
bracciante siciliano fino agli anni ’50 del nostro secolo: uno
spazio di 12 mq. abitato da sei persone. In una grotta
artificiale, probabile ipogeo cristiano, si trova a
putia ro firraru.
Fino a pochi anni fa vi lavorava un anziano fabbro. Di particolare
interesse, se non unica, è la struttura che accoglie u
trappitu:
sintesi tra architettura rupestre bizantina ( il torchio è
alloggiato in un luogo di culto ricavato nella roccia) e
architettura dopo il terremoto del 1693, costituita da volte a
botte che si appoggiano nella roccia, nelle quali si trova la
macina per le olive ed un vasta raccolta di attrezzi di lavoro
relativi al ciclo del grano. U
parmientu,
degli inizi del sec.
XIX,
si conserva nella sua integrità, con la presenza di un
torchio alla greca la cui tipologia risale agli inizi del I sec.
a.C. Mostre permanenti, allestiste in queste due ultime unità,
illustrano i relativi aspetti tecnici ed il lavoro dal periodo
greco fino ai nostri giorni . Foto, grafici, macine di varia forma
e diverso periodo storico spiegano , nel Museo
della Macina del Grano,
l’evoluzione avvenuta nella tecnica di macinazione dei cereali (
dalla preistoria fino alla utilizzazione dell’energia
idraulica), il lavoro e la maestria dei mugnai.
I
Musei sono aperti tutti i giorni, compresi festivi, dalle ore
09,00 alle 13,00. Telefax 0931/878528.
Sito Internet:
www.museobuscemi.org
E-mail: museobuscemi@museobuscemi.org
Il
Museo dell’Opera dei Pupi
di Sortino,
nato a seguito dell’acquisizione nel 1989, da parte dello stesso
Comune, di tutto il materiale di Don Ignazio Puglisi, custodisce
la storia di questa famiglia che da almeno quattro generazioni ha
esercitato l’arte del puparo. Il Puglisi, che aiutò Uccello
nell’esposizione della collezione di pupi nella ex stalla, è
stato definito, dallo stesso , “ il Principe degli ultimi pupari
del siracusano”. Oriundo dal catanese, operò per molti anni nel
siracusano, lavorando con il suo teatro di pupi fino alla morte,
avvenuta a Sortino
il primo
febbraio 1986, all’età di 82 anni. Con le sue mani
dipingeva cartelloni, fondali, marionette. I cartelloni, dipinti a
tempera, in fogli di carta d’imballaggio, misurano m
1,20x1.L’apertura è avvenuta nel 1996, con un’esposizione
permanente del materiale nei locali dell’ex convento dei Frati
minori Francescani, strutturata in sette sale tematiche: “I
Giganti e i Mostri”, “I Saraceni”, “I Paladini di
Francia”, “Orlando, Angelica e Rinaldo”, I Cartoni”, “
Il Palcoscenico”, “La Farsa”.
Orario
di apertura: dalle ore 09,30 alle 12,30 e dalle 15,30 alle 17,30,
tutti i giorni, compresi festivi. Tel. 0931/952072.
Rosario Acquaviva
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